Ti è mai capitato di guardare il prato dopo un’irrigazione perfetta, temporizzata al minuto, e trovare comunque quelle chiazze color paglia, secche come se non avessero visto una goccia d’acqua? La parte “misteriosa” è proprio questa: spesso non è l’acqua che manca, è il terreno che, per un motivo poco noto, smette di accoglierla.
Il vero colpevole che pochi considerano: il suolo che respinge l’acqua
Molte zone secche nel prato (i famosi dry spots) nascono da un fenomeno controintuitivo: l’idrorepellenza del suolo. In pratica, nei primissimi millimetri di terreno si crea una pellicola idrofobica che fa scivolare l’acqua via, un po’ come accade con la “goccia di mercurio”. È un comportamento tipico soprattutto d’estate, e diventa più frequente su terreni sabbiosi, molto compattati o con uno strato di feltro importante.
Da dove arriva questa pellicola? Spesso da:
- sostanza organica poco decomposta (residui vegetali, radichette, accumuli),
- tessuti fungini e composti cerosi che rivestono i granuli di terreno.
Risultato: tu irrighi, l’acqua sembra bagnare, ma in realtà non penetra dove serve. Se vuoi approfondire il concetto, la parola chiave è idrorepellenza.
Il test “da giardino” che svela subito la verità
C’è una prova semplice, quasi banale, ma illuminante.
- Scegli una chiazza secca e una zona verde vicina.
- Versa lentamente un bicchiere d’acqua su entrambe.
- Osserva per 30, 60 secondi.
Se sulla chiazza secca l’acqua resta in superficie, forma goccioline e fatica a entrare, hai trovato la tua spiegazione. In quel punto l’irrigazione, anche abbondante, può diventare una lotta persa.
Irrigazione: non è solo “quanto”, è soprattutto “come”
L’altra grande causa, spesso intrecciata con l’idrorepellenza, è una irrigazione errata. E qui è facile cadere in due trappole opposte:
- Poca acqua: le radici rimangono superficiali, il prato diventa fragile e si scalda più in fretta.
- Troppa acqua o distribuzione irregolare: alcune zone si saturano e soffocano, altre ricevono solo una pioggerellina che evapora in un attimo.
In estate, come ordine di grandezza, molti prati stanno bene intorno a 5-7 litri/m² al giorno, ma la strategia migliore è spesso irrigare più in profondità e meno spesso, inserendo pause che “educano” le radici a scendere. Un trucco pratico è misurare con un pluviometro (obiettivo indicativo: circa 35 litri/m² a settimana, tra pioggia e irrigazione).
Concimazione: quando aiuta e quando “brucia”
Le chiazze secche possono essere anche un messaggio chimico del terreno.
- Eccesso di fertilizzante: soprattutto se distribuito in modo non uniforme o con irrigazione insufficiente subito dopo, i sali si concentrano e possono “bruciare” radici e foglie.
- Carenze nutrizionali: un prato povero di azoto, fosforo o potassio perde densità, si dirada e lascia spazio a stress e malattie.
Qui la mossa più intelligente è una analisi del suolo (anche semplice), perché concimare “a sensazione” è come guidare nella nebbia.
Malattie fungine: macchie che sembrano sete, ma non lo sono
Alcune patologie creano chiazze che ricordano la siccità. Tra le più comuni, in base a clima e gestione, si incontrano Ruggine, Filo Rosso, Clarireedia, Pythium e Rhizoctonia. Sono favorite da combinazioni tipiche:
- umidità persistente (soprattutto irrigazioni serali),
- feltro spesso,
- tagli troppo bassi o lame poco affilate.
La cosa interessante è che una zona idrorepellente può indebolire il prato, e un prato indebolito diventa più vulnerabile ai funghi. È un effetto domino.
Soluzioni pratiche che funzionano davvero (e prevenzione)
Per riportare uniformità serve un mix di interventi mirati:
- Arieggiatura e aerazione: aprono il terreno, migliorano ossigenazione e infiltrazione.
- Rimozione del feltro: meno barriera, più acqua dove serve.
- Irrigazioni profonde e regolari, evitando la sera, per ridurre umidità notturna.
- Agenti umettanti o idro-ritentori nelle zone idrorepellenti, per ristabilire l’assorbimento.
- Se sospetti eccesso di concime, irrigazione più abbondante per diluire i sali e supporto con biostimolanti.
- Se il problema si ripete ogni anno, scegli miscugli di erbe resistenti e programma controlli periodici del terreno.
La risposta alla domanda iniziale, quindi, è concreta: quelle chiazze spesso non sono “sete”, sono un terreno che ha imparato a respingere l’acqua. E quando lo capisci, il prato smette di sembrarti capriccioso, e diventa finalmente leggibile.




